Il Tribunale di Reggio Emilia il 16 gennaio ha condannato tre persone per il reato di maltrattamento di animali in seguito a una denuncia dell’associazione Essere Animali. Il procedimento, iniziato dopo la diffusione di un video shock del 2020, documentava violenze di ogni contro maiali in un allevamento intensivo. Le immagini mostrano persone che colpiscono gli animali con oggetti contundenti, maiali sollevati per le orecchie e altri gesti crudeli.
Le pene sono però modeste: sei mesi di reclusione per il lavoratore, quattro mesi per il socio amministratore e una multa da 4mila euro. In aggiunta, il tribunale ha disposto la sospensione dell’attività di trasporto, commercio e allevamento per sei mesi e il risarcimento dei danni all’associazione parte civile. Una parte delle contestazioni relative alle condizioni igienico-sanitarie dell’allevamento è stata però dichiarata prescritta, nonostante la gravità delle condizioni documentate: liquami, feci presenti nelle mangiatoie e criteri di pulizia largamente inadeguati.
Una sentenza che colpisce gli episodi, ma non la struttura
La pronuncia di Reggio Emilia è abbastanza singolare e preziosa perché ha riconosciuto in primo grado il reato di maltrattamento, basandosi su immagini e testimonianze che evidenziano sofferenze inutili e crudeltà. Le pene previste però sono modeste e, ancor peggio, il sistema prescrive spesso alcune contestazioni igieniche più gravi, pur quando siano largamente documentate.
I casi degli allevamenti La Pellegrina e Cascone
Questa sentenza va letta anche alla luce di altre vicende che nei mesi scorsi hanno acceso i riflettori sulle condizioni negli allevamenti di maiali che forniscono materie prime per la filiera dei salumi Dop. Il Fatto Alimentare ha seguito da vicino la vicenda dell’allevamento di maiali arrivati dalla scrofaia con 6 mila scrofe di proprietà di La Pellegrina del Gruppo Veronesi-AIA, fornitore delle filiere di salumi DOP come Prosciutto di Parma e San Daniele. Greenpeace, che ha segnalato il caso, ha documentato la presenza di decine di ratti e carcasse nei recinti e criticità igienico-sanitarie.

Poche settimane dopo è c’è stato il caso di un altro grosso allevamento a Bondeno in provincia di Ferrara di proprietà della Società Agricola Allevamenti Cascone, che è fornitore in soccida (*) de La Pellegrina. Nelle immagini dei due allevamenti si vedono animali con gravi ferite, ernie, lacerazioni alle orecchie, infestazioni di ratti e casi di cannibalismo, code spesso morsicate e mutilate segni di infiammazione compatibili con il contatto prolungato con feci e urina).
Queste inchieste, basate su segnalazioni e immagini, non hanno ancora portato a giudizi penali equiparabili alla sentenza emessa a Reggio Emilia – ma mostrano chiaramente come le problematiche non siano episodi isolati, bensì parte di una cultura sistemica di gestione adottata in diversi allevamenti intensivi.
Serve un salto di qualità
La sentenza di Reggio Emilia dimostra che, quando si riesce a portare in dibattimento prove inequivocabili, la magistratura può riconoscere e sanzionare condotte di maltrattamento animale anche in contesti produttivi, negli allevamenti intensivi. Tuttavia, l’efficacia pratica del sistema penale resta limitata. Le prescrizioni cancellano spesso fatti contestabili ma documentati (come le carenze igieniche). La normativa, anche dopo la riforma del 2025, prevede pene non dissuasive rispetto alla scala degli interessi economici in gioco, del tutto sproporzionate rispetto alla gravità dei fatti accertati. La vigilanza sul rispetto delle norme negli allevamenti rimane largamente insufficiente, come dimostrano le segnalazioni su La Pellegrina e altre situazioni analizzate.
Condanne a pochi mesi di reclusione – peraltro sospesa – e multe di alcune migliaia di euro non hanno alcun effetto deterrente in un settore che muove milioni di euro e opera all’interno di filiere industriali strutturate. In concreto, si tratta di sanzioni ridicole, che colpiscono singoli operatori ma non incidono minimamente sul modello produttivo.

Sanzioni troppo modeste per i maltrattamenti negli allevamenti
Alla luce di questo quadro, cosa rischia davvero un grande gruppo industriale come Gruppo Veronesi, a capo della filiera di allevamenti come La Pellegrina e di quelli di Bondeno finiti al centro di inchieste su carcasse, ratti e gravi criticità igienico-sanitarie? Dal punto di vista penale, praticamente nulla, salvo casi eccezionali di coinvolgimento diretto dei vertici aziendali. La responsabilità resta confinata ai livelli più bassi della filiera, mentre le imprese capofila continuano a operare senza conseguenze strutturali, né sul piano sanzionatorio né su quello reputazionale.
Finché le pene resteranno così modeste e la responsabilità continuerà a fermarsi agli ultimi anelli della catena, le condanne per maltrattamento animale negli allevamenti resteranno episodi isolati, incapaci di incidere davvero sulle pratiche di un settore che continua a presentarsi come eccellenza, anche quando le immagini raccontano tutt’altro.
(*) La soccida è un contratto tra un allevatore (in questo caso Cascone) e un conferente (in questo caso La Pellegrina). Il contratto prevede che l’allevatore riceve i maiali svezzati, il mangime e talvolta i medicinali dal conferente, e si occupa della loro crescita. A fine ciclo La Pellegrina ritira gli animali e li invia al macello dove saranno destinati alla filiera del Prosciutto Dop e degli altri salumi Dop.
© Riproduzione riservata Foto: Essere Animali, Greenpeace

Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



I grandi capitalisti muovono milioni di voti, quindi o fai quello che dicono loro oppure delocalizzano e licenziano. I governi sono solo burattini. Auguri.
E poi alcuni “consumatori” di prosciutti si lamentano se comprando questo genere di sgradevole prodotto alimentare, ultimamente lo abbiano trovato maleodorante ? Tra allevamenti intensivi dove imperversa la totale mancanza di igiene , dove i ratti circolano tra le carcasse , dove i maiali sofferenti sono picchiati e sfruttati fino all inverosimile vi sorprendete se il vostro prosciutto risulti in certi casi maleodorante ??? E ci credo……..!!!! .Se queste sono le “disgustose realtà documentate” e’ normale che il vostro prosciutto puzzi.. L ‘incredibile sofferenza dei maiali crea loro un notevole stress e lo stress può evolversi in difese immunitarie basse dell animale e quindi in malattie ( E bisognerebbe anche documentare cosa forniscono loro da mangiare ) La magistratura ( visto i video documentati e correlati) avrebbe dovuto dare pene severe e sanzioni cospicue, che invece risultano davvero ridicole rispetto a quanto queste aziende fatturano e lucrano su questi poveri animali. Guardate i loro occhi sofferenti …guardate come sono ammassati ,guardate come mordono le sbarre delle gabbie per lo stress subito …Si vergognino queste “aziende menzionate nell’ articolo” per tutto il dolore fisico elargito con crudeltà a queste creature, e ai consumatori di questo genere di prodotto alimentare dico solo queste parole :” la prossima volta che troverete che il prosciutto acquistato puzza” …saprete anche perché… !!!!!.E in quel frangente di secondi vi torneranno fulminee in mente queste immagini e le mie parole…..
Rischiano tantissimo…ma soltanto i consumatori. Loro come al solito assolutamente niente !
…ed i veterinari vanno a mettere in croce chi non ha piastrellato un cesso… Ma si girano dall’altra parte dove ci sono talmente tanti ratti che sono più numerosi della specie allevata…se fanno storie fanno la fine del loro collega che alcuni anni addietro da Bervini si trovò a fronteggiare nel parcheggio del macello dei picchiatori originari di paesi di dubbia democrazia e di fedina penale non proprio vergine… https://www.gazzettadimantova.it/territorio-mantovano/al-macello-per-l-ispezione-pestato-il-veterinario-asl-1.11753554
Temo che quello che scrive sia molto vero. Il veterinario integerrimo rischia e non si sente tutelato. L’unico sistema efficace sarebbe una sorveglianza continua. In che modo? Con videocamere collegate a sale di controllo. Avete presente il sistema di sorveglianza dei vigili sulle strade? Centinaia di videocamere che riprendono gli allevamenti, a partire da quelli grandi. Un centro di controllo dove ricevere ed osservare i video, 24 ore su 24, salvati per qualche giorno. Magari accesso ai video anche da parte di associazioni, che adesso devono farli a rischio e di nascosto…
Ovviamente immagino che il giorno che ci si arrivasse, spariscono gli allevamenti qui. Ma potrebbe succedere anche che chi opera in maniera corretta, finalmente non avrebbe più la sleale concorrenza dei manigoldi. I maiali infine devono morire, ma perché imporgli tanta sofferenza?
Dopo avere scritto quanto sopra, mi sono svegliato… Impossibile.