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Dalla dipendenza dai concimi azotati alle tensioni nel Mar Rosso: l’agricoltura industriale brucia più energia di quella che produce. Un’analisi sulla fragilità di un sistema che scambia il petrolio con il cibo.

Con l’industrializzazione dell’agricoltura la produzione di cibo è diventata sempre più dipendente da input esterni, soprattutto dai concimi azotati di sintesi. L’azoto “fissato” artificialmente ha aumentato le rese, ma a un costo energetico elevato: per ottenere 1 kg di azoto fertilizzante serve l’energia contenuta in circa 1 litro di gasolio. È un costo notevole se si considera che un ettaro di coltura intensiva richiede decine o centinaia di chilogrammi di azoto all’anno.

A questo si somma l’energia necessaria per far funzionare l’intero sistema agricolo industriale: il gasolio per la meccanizzazione (arature, semine, trattamenti, raccolta), l’elettricità per l’irrigazione, il carburante per il trasporto delle merci e l’energia per la refrigerazione e la conservazione lungo la filiera. Ogni passaggio aggiunge un ulteriore strato di dipendenza dai combustibili fossili. L’agricoltura industriale ha una voracità energetica che attraversa l’intera filiera, dal campo allo scaffale, e che cresce man mano che aumentano la specializzazione, la distanza e la complessità logistica.

Le conseguenze sono una dipendenza strutturale dell’agricoltura dall’energia fossile e un impatto ambientale significativo: emissioni di CO₂ e protossido di azoto (un gas serra molto potente), inquinamento delle acque da nitrati, perdita di biodiversità del suolo, eutrofizzazione, consumo idrico elevato e maggiore vulnerabilità dell’intero sistema agricolo alle crisi energetiche e geopolitiche.

10 calorie fossili per 1 caloria di cibo

Il bilancio energetico della produzione agricola industriale è fortemente in perdita. Per incorporare in un alimento, attraverso la fotosintesi, una singola caloria proveniente dall’energia solare, il sistema richiede in media 7–10 calorie di energia fossile. In questo caso l’EROI (energia contenuta nel cibo prodotto / energia totale investita) è compreso tra 0,1 e 0,15. Nell’agricoltura tradizionale, invece, il bilancio energetico è nettamente positivo (EROI: 10–20), perché per ogni caloria di energia fossile investita se ne ottengono almeno dieci grazie all’energia solare catturata dalle piante.

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Il bilancio energetico della produzione agricola industriale è fortemente in perdita

Numerosi scienziati, tra cui Marc Dufumier, agronomo e professore emerito di AgroParisTech, sostengono che l’agricoltura industriale non rappresenta un reale avanzamento rispetto ai sistemi pre‑industrializzati perché presenta una fragilità strutturale dovuta alla sua assoluta dipendenza dai fertilizzanti azotati di sintesi. La produttività elevata ottenuta negli ultimi decenni è stata possibile solo grazie a un flusso continuo e abbondante di energia fossile a basso costo. Quando questo flusso si interrompe o si riduce, l’intero sistema entra in tensione.

Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la struttura stessa delle cosiddette “catene globali del valore”, cioè l’insieme delle fasi produttive distribuite in molti Paesi da cui dipende l’agricoltura industriale. Oggi un alimento arriva sul mercato solo grazie a una rete internazionale di fornitori e infrastrutture: i fertilizzanti azotati prodotti in Medio Oriente o in Russia, i macchinari agricoli fabbricati in Germania, Stati Uniti o Giappone, i carburanti raffinati in Asia, le sementi selezionate da poche multinazionali con centri di ricerca tra Europa e Nord America, e il trasporto affidato a rotte marittime vulnerabili come Hormuz, Suez o il Mar Rosso.

Dai conflitti in Medio Oriente alla nostra tavola

Questa dispersione geografica, spesso presentata come un vantaggio competitivo, è in realtà un punto debole. Basta un singolo blocco per generare un effetto domino: la chiusura temporanea del Canale di Suez nel 2021 ha rallentato le consegne di fertilizzanti e mangimi; la guerra in Ucraina ha fatto impennare i prezzi dei concimi azotati e dei cereali; gli attacchi alle navi nel Mar Rosso condotti dagli Houthi yemeniti hanno aumentato i costi di trasporto e allungato le rotte. In tutti questi casi, l’agricoltura industriale ha mostrato la sua scarsa capacità di adattamento: quando un nodo della rete si inceppa, l’intera filiera entra in tensione.

Quanto sta oggi accadendo nell’area Medio Orientale, paradossalmente proprio laddove è nata l’agricoltura millenni fa, è una prova evidente di questa fragilità. L’Iran e i Paesi del Golfo, dotati di grandi riserve di gas naturale e di impianti integrati per la produzione di ammoniaca e urea, costituiscono uno dei principali poli mondiali dell’industria dei fertilizzanti azotati. Una quota rilevante delle esportazioni regionali transita attraverso lo Stretto di Hormuz, nodo logistico essenziale e oggi uno dei teatri della guerra che si sta combattendo da quelle parti.

Trattore spruzza pesticidi o fertilizzanti su un campo; concept: glifosato, agricoltura
Una delle fragilità sono le sementi selezionate da poche multinazionali

Le tensioni nell’area hanno già determinato un aumento dei costi di trasporto e una crescente incertezza sulla regolarità e sicurezza delle rotte commerciali. Tra le conseguenze si registra anche un rialzo dei prezzi dei fertilizzanti. Se il conflitto dovesse protrarsi, è ragionevole attendersi un ulteriore irrigidimento dei mercati e difficoltà concrete nel reperire i concimi, con ripercussioni sulla produttività agricola. L’agricoltura industriale, che si presenta come un sistema efficiente, mostra così la sua vulnerabilità: basta un collo di bottiglia energetico o logistico per mettere in crisi un’intera filiera.

L’alternativa dei modelli biologici

Questa consapevolezza dovrebbe accelerare la transizione verso un’agricoltura meno energivora, oltre che più rispettosa degli equilibri ecologici. I modelli già autorizzati dall’UE, come l’agricoltura biologica e biodinamica, pur ancora praticati su piccola scala, dimostrano che è possibile produrre in modo sostenibile garantendo rese adeguate. A condizione, però, di ridurre gli sprechi lungo l’intera filiera alimentare, fino alla cucina domestica, dove una quota rilevante del cibo continua a finire nella pattumiera.

Fino a quando dobbiamo aspettare per riconciliarci con la natura che, pur maltrattata, continua a sostenerci?

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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Gianluca
Gianluca
19 Aprile 2026 06:38

Bravissimo

Diego
Diego
19 Aprile 2026 10:24

Il processo Haber-Bosc per la produzione di nitrati è fortemente energivoro non lo scopriamo adesso, ma l’alternativa non può essere certo l’agricoltura biologica o addirittura quella fesseria della biodinamica, dovremmo rimettere a coltura terre che avevamo lasciato ad una lenta rinaturalizzazione da parte del bosco per compensare la diminuzione dei raccolti. Poi il mantra di ridurre gli scarti lungo la filiera con l’impossibilità di proteggere adeguatamente le colture aumenterebbero non calerebbero certo. Articolo intriso di ideologia e campato in aria.

Valeria Nardi
Reply to  Diego
20 Aprile 2026 10:10

Contrapporre “biologico” a “produttività” è riduttivo. L’agricoltura industriale è un ramo dell’industria del gas (Haber-Bosch). L’agricoltura biologica, basandosi su rotazioni e fissazione naturale dell’azoto, riduce la vulnerabilità agli shock dei prezzi energetici, rendendo il sistema più stabile nel tempo. Ma non si tratta di un “ritorno al passato”. Il biologico moderno non rifiuta la scienza, ma applica l’agroecologia. Un suolo fertile e ricco di materia organica trattiene meglio l’acqua ed è più resistente agli eventi climatici estremi rispetto a un suolo dipendente dai fertilizzanti di sintesi. La necessità di nuove terre spesso deriva dall’uso inefficiente di quelle attuali: gran parte dei raccolti non serve a sfamare direttamente le persone, ma ad alimentare il bestiame. Un approccio più sostenibile non richiede necessariamente di abbattere boschi, ma di ottimizzare la filiera e la dieta. Non si tratta di una scelta ideologica, ma della ricerca di un modello che non sia fragile e dipendente da risorse fossili esauribili.

Matteo Giannattasio
Matteo Giannattasio
Reply to  Diego
20 Aprile 2026 10:59

Diego, mi spiace per lo stile della sua risposta. Lasciamo ad altri termini come “fesseria”, “ideologia” o “campato in aria” e cerchiamo, qui su Il Fatto Alimentare, di discutere con serenità e con argomentazioni corrette. Le risponderò volentieri e nel merito, ma prima avrei bisogno che chiarisse alcuni punti fondamentali: a) perché, a suo avviso, «l’alternativa non può essere certo l’agricoltura biologica o la biodinamica»; b) perché ritiene che la biodinamica sia una «f…a»; c) perché sostiene che queste pratiche agricole comporterebbero la necessità di «rimettere a coltura terre lasciate alla rinaturalizzazione del bosco per compensare la diminuzione dei raccolti»; d) perché afferma che «il mantra di ridurre gli scarti lungo la filiera» porterebbe ad aumentare gli sprechi, e non a ridurli, a causa dell’«impossibilità di proteggere adeguatamente le colture»; e) perché considera questo un «articolo intriso di ideologia e campato in aria». Per poterle rispondere in modo preciso e proporzionato, mi sarebbe inoltre utile sapere in quale settore lavora o ha lavorato. Mi servire a capire da quale prospettiva formula le sue affermazioni e conseguentemente calibrare la replica

ANTONIO
ANTONIO
19 Aprile 2026 17:35

Basterebbe aumentare il consumo di carne proveniente dal pascolo sia di pianura sia eroico di montagna dove per produrre ottime fonti proteiche e una buona parte di calorie del fabbisogno quotidiano non servira’ né arare e ne fertilizzare con un ricambio di biodiversità esemplare.Meno Cereali = meno acqua consumata e zero medicinali.. cordialità Ab

Andrea Antonio
Andrea Antonio
20 Aprile 2026 05:29

Analisi perfetta

Simone Giacomelli
Simone Giacomelli
20 Aprile 2026 06:01

Un articolo sul quale è necessario riflettere attentamente.

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