Un’indagine di Fruitbook Magazine da Esselunga rivela una differenza del 500% fra una mela ‘base’ e una ‘top’. È giustificabile?
Provate a immaginare di entrare al supermercato e trovare un pacco di pasta a 1 euro e, accanto, una marca concorrente a 6 euro. O un litro di latte a 1,50 euro e uno a 9 euro. Per l’olio extravergine il prezzo massimo dovrebbe sfiorare i 40 euro. Gridereste allo scandalo, giusto? Eppure, secondo una rilevazione fatta dal sito Fruitbook Magazine nel supermercato Esselunga di Corso Milano a Verona, questo paradosso è realtà quotidiana. La forbice delle mele oscilla da 0,98 euro al chilo per le varietà classiche come Golden (marchio Naturama, in sacchi) per arrivare ai 5,80 euro al chilo delle Pink Lady biologiche in vassoio da quattro frutti. In mezzo ci sono una ventina di altre mele proposte a prezzi variabili da 1,5 a 3 €/kg circa.
Nel mondo del latte, dell’olio, della pasta o del riso il divario tra il prodotto ‘primo prezzo’ e il ‘top di gamma’ si ferma solitamente al doppio o, in casi estremi, al triplo. Anche nel settore avicolo (uova e pollo), in cui la differenza di razza, il benessere animale e il bio incidono pesantemente sui costi, i prezzi al massimo raddoppiano.

Il club della mela
Il frutto caro agli italiani considerato un bene primario può diventare un cibo di lusso? E ancora la ‘qualità’ extra di un frutto può giustificare un prezzo sestuplicato? È ora di chiederci se il limite del buon senso non sia stato ampiamente superato.
Ma cosa stiamo pagando esattamente quando sborsiamo quasi 6 euro per un chilo di mele? Certamente il metodo di coltivazione biologico ha i suoi costi, così come il packaging in cartone ecosostenibile ha un peso sul prezzo finale. C’è poi il fenomeno delle “mele club” (come Pink Lady, Ambrosia o la nuova Samboa). Le “mele club” sono una vera e propria rivoluzione commerciale nel mondo dell’agricoltura. Immagina la differenza che passa tra una maglietta di cotone generica e una maglietta di un brand di lusso (come Nike o Gucci): le mele club sono le “mele di marca”.
Varietà e marchi registrati
A differenza delle varietà tradizionali (come la Golden Delicious o la Red Delicious), che sono di “pubblico dominio” e chiunque può coltivarle, le mele club sono varietà protette da diritti di proprietà (privativa vegetale) e commercializzate attraverso un marchio registrato. La produzione è contingentata attraverso un sistema di licenze per evitare eccessi di offerta. Ci sono criteri molto precisi per il colore e il grado zuccherino e poi ci sono le royalties. Resta un fatto ineludibile: stiamo parlando di un prodotto agricolo non processato. Non c’è cottura, non c’è trasformazione industriale, non c’è una ricetta segreta. Sono mele: buone, dolci, croccanti, ma pur sempre frutti della terra.

Marketing come nella moda
La critica non è rivolta alla qualità — che spesso è eccellente — ma all’architettura dei prezzi. Se una mela può costare 0,98 euro garantendo comunque un margine a tutta la filiera (o almeno così dovrebbe essere), sono giustificati i 4,82 euro di differenza con la versione bio e di marca? Quando la forbice diventa così larga, il sospetto è che non si stia più pagando la qualità intrinseca del frutto, ma un sofisticato castello di marketing e posizionamento di scaffale.
In un momento in cui si parla tanto di potere d’acquisto e inflazione, forse sarebbe il caso di chiedersi se sia normale che un gesto semplice come mangiare una mela debba dipendere da una differenza di prezzo così esagerata. In fondo, dietro i nomi esotici e i packaging accattivanti, sono sempre e solo mele. E il divario tra “freschi e convenienti” e “lusso da scaffale” sta diventando indigeribile.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



non riesco proprio a capire il senso di un simile articolo: nessuno ci obbliga a comprare le mele a 5 euro al chilo. Se si trovano mele con questo prezzo, significa che qualcuno è disposto a comprarle anche a tali condizioni. Personalmente non lo farei mai, ma ognuno è libero di fare ciò che vuole coi propri denari.
Concordo assolutamente su tutto. Un articolo di questo tipo avrebbe senso se dicesse “le mele aumentate del 300%, non si trovano più a meno di 4 euro al chilo”.
Dottor La Pira, e le differenze per dire sul vino? Altro che 6 volte… Come si spiegano quelli del vino? Allo stesso modo, come meccanismo, di quelli delle mele e di ogni altro prodotto, compreso l’abbigliamento e le borse. Rilevo che non abbiamo pistole puntate e che ci sono prezzi per tutte le tasche. Chi vende la Pink Lady la vende a quanto vuole, e chi la vuole se la paga.
Le mele non sono un prodotto processato. Il vino è un settore a sé stante che non ho citato nell’articolo
Ma rimanendo in Esselunga, guardando sullo shop online si passa dai 5.49 €/litro dell’olio “il portico” ai 35,98 €/litro dell’olio “terre di Brisighella” in bottiglia di vetro da 500 ml.
Per quanto riguarda le mele, parlando di prezzi all’ingrosso, rimanendo sulla stessa varietà e nella stessa area di produzione, qual è il moltiplicatore di costo tra una prima, una seconda e una terza scelta?
La terza “scelta” non è quotata (è destinata alla trasformazione).
Il listino 10/2026 (Prezzi all’ingrosso praticati il giorno martedì 24/02/2026) del Mercato alimentare di Milano quotava le Golden Delicious di pianura calibro 70/80 in cassa alla rinfusa da 0.80 a 1.20 EUR/kg (ma prezzo prevalente 1.00 EUR/kg), le Golden Delicious IGP Melinda Val di Non calibro 75-80 in padella monostrato 1.70 EUR/kg, mentre le Golden Delicious IGP Alto Adige Marlene calibro 80-85 in padella monostrato 2.10 EUR/kg.
La Annurca campana IGP quotava 2.25 EUR/kg (calibro 70/75, cassetta a uno strato) e 2.00 EUR /kg (calibro 65/70, cassa a doppio strato).
Le più costose erano le Kissabel (varietà club a polpa rosa) calibro 70-75 in padella monostrato a 2.90 EUR/kg.
Va da sè che oltre ai margini commerciali vanno considerati i costi della logistica, di vassoio, film, etichetta, confezionamento e spese generali.
Ma quindi ci sono solo due classificazioni di pezzatura? Pensavo che la extra e la prima scelta non sono la stessa cosa?
Quindi, rimanendo sulle sole Golden delicious, il prezzo all’ingrosso può aumentare di oltre il 100%. Corretto?
Le classificazioni per calibro sono di più, ma quelle disponibili sul mercato di Milano nel giorno di rilevazione erano solo quelle che ho riportato (prodotto di I categoria, ci sarebbero anche la II e la extra, che però non erano quotate).
Comunque sì, la stessa cultivar ha prezzi diversi se ottenuta in pianura, ottenuta tra i 450 e i 900 metri in Val di Non e tra gli 800 e i 1100 metri in Val Pusteria. Non dipende solo dalla classificazione, dall’IGP o dal marketing, tra le zone cambiano i costi di produzione.
Va detto che cambiano anche le caratteristiche organolettiche (dolcezza, acidità, croccantezza, succosità,,,,) e anche la serbevolezza.
Quindi, pur essendo molto ampia e antipopolare, la forbice di prezzo evidenziata dall’articolo è giustificabile se si mettono in campo tutti questi fattori?
Siamo davvero alla frutta
L’unico intervento possibile DOVREBBERO farlo i consumatori lasciando sullo scaffale certi prodotti , altrimenti potremmo aspettarci qualsiasi quotazione da questo modello .In altre nazioni a volte i consumatori sono riusciti a boicottare certi meccanismi
Sono un dipendente Esselunga, proprio nei reparti freschi Fev della zona succitata,pur sembrando banale all occhio del consumatore finale credo ,e scusate la poca esperienza nel settore, che spesso il prezzo sia giustificato oltre che da un diverso calibro,tipo di raccolto e packaging anche ad un tipo di attenzionamento diverso sia nel trasporto che nell esposizione in livelli e tempi.
Con ciò non sto a calmierare l evidenza dell erosione che tutti noi abbiamo sul nostro potere d acquisto.
Proprio per questo si tende ad avere in assortimento mele o qualsiasi cosa con prezzi molto differenti tra loro.
Al di là dei prezzi più alti, mi chiedo se quelli più bassi siano remunerativi per i coltivatori.
Nota a margine: io prendo le mele bio, scegliendo fra le meno care, tuttavia se si potessero acquistare sfuse o in confezioni più grosse rispetto a quelle da 4 frutti, si potrebbe risparmiare un poco.
Le vediamo ogni volta che andiamo a far spesa (e non solo da Esselunga) ma, personalmente, non mi ero mai soffermata a notare l’esagerazione di questa “forbice” per un prodotto che non subisce trasformazioni. Vero che, se posso, sono io consumatore a scegliere, spingendo avanti una filiera o un’altra, ma questo articolo mi ha fatto riflettere sull’enormita`della differenza di prezzo. Farci caso aiuta a comprare con maggior attenzione e a orientarci verso scelte più consapevoli, anche oltre le possibilità economiche personali.
Mai trovate mele Pink Lady a tali prezzi, anzi,, ultimamente le trovo sciolte in cassetta, quindi da pesare, a prezzi molto simili a quelli delle altre mele. Quale necessità esiste di acquistare frutta preconfezionata come le 4 mele mostrate? Ovviamente nelle confezioni mettono la frutta più bella, e la fanno pagare di più, ma il sapore è simile se non identico alla stessa frutta posta poco più in là, nelle cassette, dove è oltretutto possibile prenderne nella quantità desiderata. Il problema quindi è, perché devono esistere tutte queste confezioni? Perché le persone le acquistano anche se contengono lo stesso prodotto delle cassette, ma più caro?
Non trovo molta differenza tra i prezzi delle mele biologiche di Esselunga e di Coop, a parte la menzionata Pink Lady, che non ho visto in Coop. Il problema è il prezzo del biologico in generale, se si vuole mangiare una mela senza doverla sbucciare! Sarebbe bello ci fossero controlli sulle speculazioni ingiustificate dei prezzi, in generale!