Il prezzo delle uova ‘primo prezzo’ è decollato del 68% in 14 mesi e non c’entra nulla la nuova Guerra del Golfo. Abbiamo analizzato i dati della filiera: tra aviaria e benessere animale, i conti non tornano. Chi ci guadagna?
Entrare oggi in un supermercato italiano per comprare una confezione da sei uova ‘base’ può riservare una sorpresa amara. Se a dicembre 2024 il prezzo medio della fascia economica era di 1,18 euro, 14 mesi dopo il cartellino segna 1,99 euro. Un balzo del 68% che non trova eguali in quasi nessun altro settore merceologico. I dati sono dell’osservatorio prezzi e tariffe del Ministero delle imprese e del Made in Italy (MIMIT) e si fermano al dicembre 2025, ma nostre verifiche all’inizio di marzo 2026 confermano il prezzo di 1,99 per le confezioni da sei.
Gli alibi che non reggono
Per mesi, la narrativa industriale ha puntato il dito contro l’influenza aviaria. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Nel corso del 2025, i focolai in Italia hanno portato all’abbattimento di circa 1,2 milioni di galline ovaiole: una cifra che sembra enorme, ma che rappresenta appena il 3% di un patrimonio nazionale, che supera i 40 milioni di capi. In Italia, l’anno scorso si sono registrati 43 casi di influenza aviaria contro i 1.000 in Europa. Con una produzione solida di 12 miliardi di uova l’anno e una sostanziale autosufficienza nazionale, una perdita del 3% non può razionalmente giustificare un rincaro del 68%.

Anche il “passaggio etico” dagli allevamenti delle galline in gabbia agli allevamenti a terra (cage-free) viene usato come scudo per giustificare i rincari. Si tratta di un progresso doveroso, ma i dati Ismea sono chiari: il differenziale di costo alla produzione tra l’uovo in gabbia e quello a terra è di circa 2,6 centesimi (16 centesimi per confezione da sei). Considerando questo rincaro che comunque coinvolge solo un terzo delle imprese restano 65 centesimi ‘fantasma’ che non trovano giustificazione.
Oggi, rispetto a 14 mesi fa, un uovo costa all’allevatore 1,7 centesimi in più (questo lievissimo incremento comprende la maggior spesa per i pulcini e la transizione verso gabbie libere, mentre i mangimi e l’energia sono rimasti pressoché stabili). Il consumatore però paga per le uova di primo prezzo quasi 15 centesimi in più per ogni uovo. Un rincaro ingiustificato, quasi dieci volte superiore ai costi vivi. La crisi avicola è diventata un motivo per un’operazione di rincari lungo la filiera.
Chi incassa davvero?
Se pensate che i rincari servano ad aiutare gli allevatori, vi sbagliate. In Italia la filiera è dominata da giganti come Eurovo e AIA (Gruppo Veronesi) che insieme controllano il 60-70% del mercato (la percentuale è calcolata considerando che le due aziende forniscono le uova ai supermercati che poi le rivendono con il loro marchio). Mentre l’uovo a scaffale cresce di prezzo in modo esponenziale, il guadagno di chi materialmente cura le galline e paga le bollette energetiche della stalla resta al palo. Eurovo e AIA gestiscono il mercato utilizzando prevalentemente il sistema della soccida. Il meccanismo vede le aziende fornire pollastre e mangimi a una persona che nel suo capannone alleva migliaia di galline e per questo riceve un compenso fisso che adesso si assesta sui 2 centesimi a uovo.
La filiera
L’aumento registrato non può essere attribuito esclusivamente ai produttori ma coinvolge anche la filiera e le politiche commerciali della grande distribuzione. Nel 2024 probabilmente i dati dell’osservatorio prezzi del MIMIT intercettavano anche offerte estremamente aggressive, con prezzi vicini al costo, compatibili con vendite sottocosto. Nel 2025 questa fascia di prezzo è scomparsa: i supermercati hanno ridotto o eliminato le promozioni più spinte, probabilmente anche per l’aumento dei costi e la compressione dei margini. Il risultato è un riallineamento verso l’alto, in cui il prezzo minimo coincide di fatto con quello normale, facendo apparire molto più marcato l’aumento per i consumatori.

Uova a prezzi europei in Italia
Il sistema scelto da Eurovo e AIA per fare lievitare i prezzi è quello di utilizzare la carenza di uova che si registra in Europa. Mentre in Italia l’influenza aviaria è stata contenuta (abbattimenti inferiori al 3%) e i costi sono lievitati di pochissimo, nel resto d’Europa (Francia e Germania in testa) il virus ha fatto letteralmente strage, e i prezzi sono schizzati alle stelle.
A questo punto scatta quello che potremmo definire un “arbitraggio opportunistico”: i giganti italiani, forti dell’autosufficienza nazionale, potrebbero benissimo mantenere prezzi bassi per i consumatori italiani, ma preferiscono livellare i listini a quelli del mercato europeo. A questo punto le trattative con le catene di supermercati sui prezzi delle uova potrebbero andare in questo modo: “Se non accettate i listini europei, vendiamo le uova all’estero, dove le pagano meglio”. Grazie a questo meccanismo di fatto si “sposta” la produzione nazionale a favore dei profitti garantiti dai mercati esteri, costringendo i supermercati a cedere per non lasciare gli scaffali vuoti.
A chi conviene il rincaro delle uova?
In questo scenario, le catene di supermercati e hard discount non sono però vittime sacrificali. L’aumento al dettaglio del prezzo delle uova di “primo prezzo” del 68% in 14 mesi, comporta anche per le catene un incremento del margine in valore assoluto e quindi dei ricavi. Se sei uova costano di più, il ricarico percentuale del distributore genera più cassa. Il silenzio dei supermercati davanti a rincari così rapidi suggerisce che l’aumento faccia comodo agli attori della filiera, tranne a due soggetti che stanno alla base: l’allevatore in soccida e il consumatore.

La narrazione dei media che parlano di crisi (influenza aviaria, guerra in Ucraina e in Medio Oriente…) crea un clima psicologico in cui il consumatore accetta il rincaro come inevitabile. In realtà la filiera, a fronte di lievi rincari, ne approfitta per alzare i prezzi che non solo coprono i costi, ma permette un aumento vertiginoso dei propri margini, sapendo che la resistenza all’acquisto sarà bassa.
La parola all’Antitrust
Abbiamo chiesto chiarimenti ad AIA gruppo Veronesi ed Eurovo e alle principali insegne della GDO per capire i motivi degli 81 centesimi di rincaro senza successo. A questo punto abbiamo segnalato il caso all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) chiedendo di fare le opportune verifiche.
Perché un aumento di pochi centesimi alla produzione diventa 81 centesimi a scaffale? Il rincaro del 68% per i prezzi minimi è una chiara amplificazione dei listini a valle della filiera, una scelta strategica. AIA e Eurovo, controllando una parte rilevante della produzione nazionale, hanno gioco facile nel mantenere i listini italiani allineati ai picchi europei. Esportando dove il profitto è maggiore e sfruttando la scarsità interna per difendere i prezzi a scaffale, i giganti dell’uovo e la rete distributiva trasformano una crisi produttiva in un’opportunità di bilancio, lasciando al consumatore italiano il conto più salato d’Europa.
La rettifica di Assoavi
Abbiamo ricevuto una nota dall’associazione di categoria Assoavi, che pubblichiamo con la risposta de Il Fatto Alimentare.
Assoavi, associazione nazionale rappresentativa della filiera dell’uovo rileva che il principale dato su cui si basa l’articolo, ovvero l’aumento del 68% del “primo prezzo”, è fuorviante. Secondo i dati Circana-Iri, dal 2023 ad oggi le uova in guscio hanno, infatti, registrato un incremento di 0,03€/uovo nel discount e 0,04€/uovo nella GDO. Questo dato esprime la media ponderata di tutta la grande distribuzione italiana. L’aumento medio ponderato reale per le famiglie italiane misurato a febbraio 2026 riporta un aumento del 7,8%. Dato peraltro ben inferiore agli incrementi medi riscontrati nell’Unione europea come riscontrabile sul sito: https://agriculture.ec.europa.eu/farming/animal-products/eggs_en
Anche utilizzando la fonte citata (MIMIT), il dato risulta impiegato in modo inappropriato e ingannevole per i lettori: si tratta infatti della quotazione minima relativa alla sola area di Milano, non rappresentativa del contesto nazionale. Considerando per esempio la media, nella stessa area di Milano si osserverebbe addirittura un calo (da 2,28 del 2024 a 1,99 euro del 2025). Inoltre, in altre parti la stessa fonte (MIMIT) indica per gennaio 2026 un incremento sull’anno precedente dell’8,8% (MIMIT, pagina 8).
Tutte queste fonti riportano dati percentuali ben lontani dal 68% riportato nell’articolo. Inoltre, l’impatto dell’influenza aviaria sulla produzione si estende per mesi: un allevamento colpito ritorna operativo dopo 8-10 mesi dal focolaio. Pertanto, la produzione di uova risente sia dei focolai dell’anno in corso sia di quelli dell’inverno precedente per cui i numeri degli abbattimenti sono nettamente superiori a 1.200.000 capi. L’articolo fornisce poi una interpretazione piuttosto superficiale del mercato, asserendo la sussistenza di pratiche commerciali scorrette da parte degli operatori. In realtà:
a) la domanda interna di uova negli ultimi anni è cresciuta significativamente, mentre la produzione è diminuita per effetto dell’aviaria e della transizione al “cage free”, che come noto riduce la capacità produttiva;
b) contrariamente a quanto affermato nell’articolo, l’Italia, storicamente autosufficiente nella filiera produttiva delle uova, nel 2025 ha aumentato fortemente le importazioni e contestualmente ridotto le esportazioni, con evidente impatto sui prezzi che hanno risentito delle quotazioni europee. Le importazioni di uova in guscio in Italia sono passate da 51 milioni di kg del 2024 ad oltre 91 con un aumento dell’80% a fronte di esportazioni diminuite da 62 milioni a 29 mio di kg (Rapporto Ismea Direz. Filiere e analisi dei Mercati);
c) nel mercato dei prodotti freschi, piccole variazioni dell’offerta possono determinare forti oscillazioni di prezzo, in quanto non vi è possibilità di stoccaggio di prodotto fresco;
d) la dinamica domanda-offerta si riflette anche nei rapporti tra produttori e allevatori, con prezzi più elevati per gli allevatori stessi in condizioni di scarsità.
e) i consumi in Italia sono in aumento di circa il 9% rispetto alla media 2021-2024 (ISMEA).
La risposta del Fatto Alimentare
Il dato dell’aumento del 68% si riferisce al prezzo minimo delle uova fresche rilevato dal MIMIT (fonte ISTAT) nell’area di Milano tra dicembre 2024 e dicembre 2025. Si tratta di un dato ufficiale, che fotografa l’andamento del segmento più economico del mercato, quello delle uova di “primo prezzo”, particolarmente rilevante per una parte significativa dei consumatori.
È noto che le medie ponderate – come quelle citate da Assoavi – tendono ad attenuare le variazioni più marcate. Tuttavia, ciò non significa che tali aumenti non esistano o non abbiano un impatto concreto: al contrario, proprio le fasce di prezzo più basse sono spesso quelle che registrano le oscillazioni più forti.
Per quanto riguarda l’influenza aviaria, è indubbio che i focolai abbiano effetti sulla produzione, anche nel medio periodo. Tuttavia, i dati disponibili per il 2024 e il 2025 indicano un impatto più contenuto rispetto agli anni precedenti e non tale da giustificare, da solo, aumenti molto rilevanti dei prezzi al dettaglio.
Anche l’aumento delle importazioni e la riduzione delle esportazioni segnalati da Assoavi confermano una tensione sul mercato, ma non spiegano integralmente dinamiche di prezzo così accentuate in alcuni segmenti. La verità emerge anche nelle due righe della lettera di Assoavi quando dice che “nel mercato dei prodotti freschi, piccole variazioni dell’offerta possono determinare forti oscillazioni”. Ed è quello che hanno fatto i grandi produttori italiani che hanno adeguato il prezzo ai listini europei anche se da anni non esistevano criticità. In particolare, resta aperta la questione del perché gli aumenti risultino più marcati proprio nelle fasce più economiche, quelle più sensibili per i consumatori. L’obiettivo dell’articolo era proprio quello di evidenziare queste dinamiche e stimolare un confronto trasparente sui meccanismi di formazione dei prezzi, nell’interesse dei consumatori.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Ma la legge del mercato non vale per le uova ? Probabilmente c’è più richiesta dell’offerta. Mi sembra ovvio… prima 6 uova costavano come un caffè, assurdo!! Io spendo volendo più 6 uova che un caffè
Mi piacerebbe sapere se quando un prezzo nel resto d’Europa tende al ribasso, le lobby si adeguano. Mi rispondo da sola. Con il cavolo! Mi interesserebbe sapere se anche nel settore bio si è verificato lo stesso aumento ingiustificato
No
Boh. Acquistate stamattina 6 “normali” uova fresche medie (non parisiane) in un supermercato di Roma a 1,69 euro. Prezzo simile a quello pagato negli ultimi 24 mesi. Le uova più care che avevano (uova grandi “biologiche”) costavano meno di 2 euro la mezza dozzina. E i prezzi mi sembrano simili in tutte le catene di supermercati che frequento (Todis, Carrefour, Eurospin, Ipertriscount, Conad). Fortunato ?
I dati da noi riportati riguardano la piazza di Milano e sono dell’osservatorio prezzi del MIMIT
Fortunato e’ la parola giusta. Al Conad (Roma) nessuna confezione da 6 sta sotto i €2 . Ultimamente preso in Promozione uova di Amatrice a €2,29 (allevate all’aperto)
….. bravo davvero, lo faccio circolare…..
Si evidenzia chiaramente che i due/tre più grandi produttori hanno fatto cartello aumentando i loro margini.Il mercato libero delle uova è solo marginale e locale, non arrivano e fornire la GD, ma di fatto si sono costretti gli allevatori a lavorare in soccida, e qui si apre di nuovo la questione su una norma contrattuale nata con ben altri scopi e intenti. Poi diciamo pure che in tempi di crisi con due uova si cena e questo porta a consumarne di più. A mio avviso la situazione non cambierà , nuovi allevamenti è difficile aprirne, anche perchè le ditte che propongono le soccide li chiedono grandi, comodi da raggiungere e poco lontani dai loro mangimifici e centri di imballaggio e poi, che vantaggio hanno ad aumentare la produzione de ora con volumi minori guadagnano molto bene!
Chissà se l’ufficio ministeriale che si occupa della vigilanza sui prezzi se n’è accorto.
Perché non lo sapevate? Paghiamo fior di quattrini per vigilare sui prezzi. Ma sì, non te ne sei accorto vero? Eh già, neppure io.
Forse bisognerebbe scrivergli. Qui: Garante per la sorveglianza dei prezzi. Il Garante che tutti chiamano Mr. Prezzi ha un ufficio che lo aiuta (speriamo che il personale sia sufficiente: tra uova, benzina, confezioni più piccole non si sa da che parte girarsi) un’Unità di missione a supporto del Garante per la sorveglianza dei prezzi diretta dal DIRIGENTE GENERALE
Dott. GRECO Massimo.
Lo so che non mi credete, e allora ecco la fonte autorevole: https://www.mimit.gov.it/index.php/it/mercato-e-consumatori/prezzi/garante-per-la-sorveglianza-dei-prezzi
Ci scandalizzato di pagare 2 euro sei uova?tra qlche giorno ne vedremo delle belle con il gasolio agricolo a 1.6 euro e i fertilizzanti praticamente introvabili aumenterà tutto a dismisura…e il prezzo lo pagheranno come al solito i contadini e i consumatori.
Cmq rimango dell’idea che forse 2 euro 6 uova nn sia poco ma 1.18 euro sinceramente mi sembra un po poco pensando a chi ci lavora dietro.
Mah, qui in provincia di Treviso, almeno nei punti vendita della mia zona dove prendo frequentemente le uova, i prezzi sono stabili da un bel po’, ma devo dire che prendo uova della provincia – regione, quindi diciamo quasi a km 0…
Sul sito Esselunga: 10 uova primo prezzo oggi sono 2,49 , quindi 0,25 cadauna, la confezione da sei sarebbe 1,5 euro. siamo sicuri dei dati ?
I dati sono quelli dell’Osservatorio prezzi del MIMIT (ISTAT) e si riferiscono a uova di primo prezzo in confezioni da sei nella piazza di Milano nel 2025 . Ma anche in altre città si riscontrano questi prezzi
É così per tutti gli articoli dei supermercati gli aumenti non vanno mai a favore dei produttori o degli acquirenti ma nelle tasche dei intermediari. Oltretutto questo traina anche i mercatini della Coldiretti all’inizio più economici ora cari anch’essi, l’unico a non guadagnare è sempre l’acquirente