Le bevande a bassissima gradazione alcolica o senza alcol stanno guadagnando porzioni crescenti di mercato: un fatto positivo, quando comporta una speculare diminuzione dei consumi di alcol. Tuttavia, essendo un mercato molto giovane e nato per iniziativa di aziende e multinazionali, i rischi non mancano, al punto che è stata la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a richiamare l’attenzione su questi aspetti in un documento del 2024, così come hanno fatto altri enti e fondazioni che lavorano per la riduzione del consumo di alcolici.
E ora un gruppo di esperti di diverse università britanniche ha riassunto, sul British Medical Journal, gli aspetti più controversi di prodotti che hanno grandi potenzialità, ma sui quali l’attenzione deve essere massima, soprattutto per evitare che si trasformino in cavalli di Troia degli alcolici tradizionali. Dal punto di vista nutrizionale, invece, non ci sono particolari preoccupazioni, ma sono stati condotti pochissimi studi.
Zero alcol in crescita
Chiamati anche genericamente Nolo (No and Low Alcohol), questi prodotti di solito non contengono più dell’1,2% di alcol (volume su volume), anche se non esistono soglie univoche, e sono distinti da altre bevande che hanno un tenore basso di alcol, ma comunque compreso tra il 5 e il 10% se vini, e tra il 2 e il 3,5% se birre.
Secondo le stime, il mercato è in crescita e continuerà ad avere questo andamento in molti Paesi, tra i quali il Brasile, il Giappone, il Sudafrica, gli Stati Uniti e la Regno Unito. In quest’ultimo Paese, per esempio, un adulto su cinque afferma di aver bevuto una bevanda Nolo nell’ultimo mese, ed esse rappresentano già oggi l’1,2% del mercato. Da notare che, nel Regno Unito come altrove, la stragrande maggioranza dei prodotti Lolo (l’84%) è venduta da multinazionali che sono quasi sempre le stesse che vendono gli alcolici.

La diffusione delle bevande senza alcol
Il successo sta avendo un effetto di sostituzione positivo, anche se per ora l’entità non è tale da modificare realmente i consumi di alcolici. Inoltre, i Nolo non arrivano in modo uniforme a tutta la popolazione: restano un prodotto di nicchia che, per motivi culturali ed economici (di solito sono più costosi di molti alcolici a basso prezzo) sono acquistati prevalentemente dalle persone con maggiori disponibilità economiche e un livello di scolarizzazione più elevato. E questo è uno degli aspetti sui quali, secondo gli autori, sarebbe importante intervenire, per esempio rendendo le bevande Nolo più visibili, dando loro più spazio sugli scaffali e sostenendo la proposta di queste alternative nei luoghi dove si consumano alcolici, se necessario introducendo norme specifiche tra quelle che regolano la concessione delle licenze per i bar e i ristoranti.
Allo stesso tempo sarebbe utile effettuare campagne di informazione presso i medici, affinché acquisiscano le competenze necessarie e le trasferiscano ai propri pazienti, aumentando la conoscenza capillare dei nolo e i vantaggi della sostituzione.
I possibili rischi
Accanto ai benefici, ancora da dispiegare nella loro interezza, ci sono però i rischi, arrivano dal rischio, assai concreto, che i produttori di alcolici si servano di queste alternative per propagandare comunque il loro marchio e, indirettamente, quello delle versioni alcoliche classiche delle bevande di cui i Nolo rappresentano una variazione. I Nolo permetterebbero così di aggirare restrizioni e divieti, vanificando quanto si è fatto negli ultimi anni.
Un esempio abbastanza clamoroso è ciò che ha fatto il produttore irlandese di birra Guinness nel torneo Sei Nazioni di rugby. Il governo irlandese ha vietato la pubblicità degli alcolici nel 2018, senza però specificare nulla in merito ai Nolo. Così la Guinness ha sponsorizzato il torneo con la sua birra a zero alcol, chiamata Guinness 0.0, che differisce solo per lo “0.0” scritto in color blu dalla Guinness alcolica. La Francia, che ha adottato norme più restrittive, nelle tappe dello stesso Torneo ha vietato quella sponsorizzazione, ma la Guinness ne ha inventata una basata sulla parola Greatness, scritta con lo stesso tipo di carattere e colore di Guinness.

La Corona ha fatto anche di meglio, riuscendo a sponsorizzare (ed era la prima volta che accadeva) i Giochi Olimpici del 2024 con la sua Corona Cero, la versione alcol-free della celebre birra, anch’essa poco dissimile dall’originale. È evidente che c’è un vuoto normativo sul quale è urgente intervenire, e non solo negli eventi sportivi.
Nolo-washing?
Le lacune, infatti, non riguardano solo lo sport. I Nolo possono avvicinare i più giovani a quel tipo di gusto: è auspicabile che si introducano limitazioni, nonostante l’assenza di alcol, per i minorenni. Inoltre possono intralciare il percorso di chi sta cercando di bere alcolici e agire come strumenti che ripuliscono la reputazione dei produttori di alcolici, in quello che si potrebbe chiamare Nolo-washing.
Ci sono infine direzioni da correggere, come quella imboccata dall’Unione Europea, che ha proposto di chiamare “alcohol light” le bevande che contengono fino al 5,95% di alcol, cioè più di diverse birre classiche. È evidente, commentano gli autori, che si tratta di norme dettate dalle lobby delle industrie e dei rivenditori, e non da esperti di salute, di dipendenza e di danni dell’alcol. Per il momento quasi solo la Norvegia ha esplicitamente esteso le regole sugli alcolici ai Nolo, mentre il Regno Unito sta discutendo sul tema, come pure altri Paesi.
Le linee guida
Pensando alle autorità sanitarie e politiche che devono decidere in materia, infine, gli autori pubblicano una serie di criteri da tenere presenti:
- Promuovere e agevolare la sostituzione delle bevande alcoliche con i Nolo, con particolare attenzione ai gruppi più fragili, se necessario introducendo anche agevolazioni;
- Promuovere la vendita di Nolo nei luoghi dove maggiormente si consumano alcolici, introducendo anche obblighi per i gestori in sede di concessione di licenze;
- Sviluppare specifiche linee guida in base ai dati scientifici disponibili. Da questo punto di vista è fondamentale supportare la conduzione di nuovi studi indipendenti sui diversi aspetti, sia quelli relativi ai benefici della sostituzione dell’alcol sia quelli più prettamente nutrizionali relativi, per esempio, agli zuccheri o agli additivi aggiunti ai Nolo sia, ancora, quelli legati agli aspetti di etichettatura e commercializzazione;
- Prevenire possibili danni tra i soggetti più vulnerabili come i giovani, le donne incinte, le persone che devono lottare contro la dipendenza, vietandone la vendita nei contesti più a rischio;
- Estendere i divieti di pubblicità e vendita in vigore per gli alcolici ai Nolo;
- Monitorare e quando è il caso sanzionare comportamenti scorretti, che prefigurino un marketing di alcolici mascherato, evitando i conflitti di interesse e qualunque partnership tra autorità e produttori.
© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Guinness

Giornalista scientifica

