Dopo 18 casi di epatite A legati a frutti di bosco contaminati, l’Australia corre ai ripari introducendo nuove regole sull’origine degli ingredienti, puntando su maggiore trasparenza e tracciabilità delle filiere.

In Australia le persone che hanno contratto l’epatite a causa dei frutti di bosco congelati contaminati, sono 18 (un numero insignificante, cento volte inferiore rispetto ai quasi 1.800 casi italiani registrati sino al mese di agosto 2014), e il governo ha deciso di prendere provvedimenti per limitare o ridurre il rischio che questi incidenti possano ripetersi.

Il primo ministro australiano Tony Abbott ha annunciato che entro pochi giorni sarà attiva la nuova normativa sull’etichettatura dei prodotti assemblati da materie prime diverse, con l’obbligo di indicare il paese di origine di ciascuna di esse, nonché quello di lavorazione.

L’origine della contaminazione

La contaminazione si è verificata in prodotti venduti dall’azienda Patties Food Ltd, che realizza miscele di frutti di bosco con vari nomi partendo da lotti di singole bacche provenienti dai paesi più disparati quali Cina e Cile, e li fa confezionare in Cina. Secondo le autorità il contagio è avvenuto proprio in Cina, anche se a oggi non vi sono prove sufficienti per chiarire questo aspetto. In ogni caso, l’opinione pubblica, come spesso accade, scossa dall’incidente, si è orientata verso la trasparenza delle filiere, e il governo ha reagito.

Qualche mese fa l’atteggiamento era stato diverso: la decisione degli Stati Uniti di obbligare i produttori a indicare in etichetta l’origine della carne di manzo non era stata presa bene, e l’Australia si era schierata con l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, il WTO, che aveva sanzionato la decisione nordamericana. Questo tipo di norme – è infatti la posizione del WTO – può ledere il libero commercio, agevolando alcuni paesi a scapito di altri, e chi sottoscrive gli accordi internazionali deve rispettare anche queste parti.

frutti bosco
La contaminazione si è verificata in prodotti venduti dalla Patties Food Ltd, che realizza miscele di frutti di bosco

Una questione di trasparenza

Lo stesso principio, che sembra non tenere in alcun conto la salute dei consumatori, vale ora per i frutti di bosco: la tracciabilità è interpretata come un possibile fattore di condizionamento spurio, e come tale sanzionata. Per questo motivo, Abbott, secondo la Reuters, ha dichiarato di aver incaricato un gruppo di esperti di trovare l’escamotage giuridico che consenta di essere più trasparenti senza violare le norme del WTO e senza obbligare i produttori a spese aggiuntive tali che incidano sul prezzo finale. Oggi le etichette riportano “fatto da ingredienti australiani e importati”, senza ulteriori dettagli né sui luoghi di coltivazione né su quelli di confezionamento, ma nelle prossime settimane la dicitura dovrebbe cambiare.

Con il susseguirsi di episodi di questo tipo, l’orientamento dei consumatori di tutto il mondo sta evolvendo verso una maggiore attenzione al diritto alla salute e alla libera scelta, cioè all’informazione più completa possibile, e verso i prodotti domestici: il 60% degli australiani, in un recente sondaggio, ha dichiarato di preferire prodotti realmente nazionali, anche qualora costino un po’ di più. Probabilmente le stesse risposte si otterrebbero anche altrove, anche se poi, a fronte di offerte sempre al ribasso, rese possibili proprio dai grandi commerci su scala planetaria, le scelte reali non sono così coerenti. Ma la tendenza sembra definitiva, e le grandi aziende sembrano iniziare a capirlo. Sempre in Australia, Ardmona, una società del gruppo Coca-Cola, dichiara che tutti gli ingredienti delle sue bibite sono australiani, e lo stesso succede un po’ ovunque, ove i marchi 100% nazionale sono sempre più presenti.

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Anna
Anna
3 Marzo 2015 09:51

Che sogno, esattamente quello che vorrei io, sapere la provenienza di ogni singolo ingrediente. Mi dovrò trasferire in Australia

Maurizio Dallara
Maurizio Dallara
4 Marzo 2015 15:54

non ti conviene andare là, non sono proprio ‘esterofili’