Una novità che arriva dagli Stati Uniti potrebbe aprire la strada a scenari finora inediti per la bonifica delle acque contaminate da PFAS. Gli scienziati della Rice University (Houston, Texas) hanno sviluppato un materiale che utilizza la luce per scomporre una serie di inquinanti presenti nell’acqua tra cui i PFAS, conosciuti anche come “forever chemicals” o “inquinanti eterni” a causa della loro persistenza nell’ambiente.
Lo studio
Il materiale in questione, chiamato idrossido doppio stratificato (LDH), è composto da rame e alluminio; esso è caricato positivamente, mentre i PFAS a catena lunga sono caricati negativamente, opposizione che farebbe sì che LDH attiri gli inquinanti. Secondo i test di laboratorio, questo sistema di filtraggio assorbe i contaminanti a una velocità cento volte superiore rispetto ai filtri tradizionali riuscendo così a migliorare notevolmente il controllo dell’inquinamento e ad accelerare gli interventi di bonifica. Ma le sorprese non finiscono qui.

I ricercatori della Rice University hanno scoperto che, una volta saturo, il materiale può essere riscaldato a temperature relativamente basse (400-500°C) al fine di spezzare i legami presenti nei PFAS tra gli atomi di carbonio e quelli di fluoro. In questo modo verrebbe a formarsi un residuo stabile e non tossico che può essere smaltito in discarica. Finora, invece, i principali metodi di filtrazione prevedono l’utilizzo di filtri a carbone attivo granulare, le resine a scambio ionico o sistemi combinati. Tali tecnologie presentano lo stesso limite: non distruggono i PFAS. Ciò significa che le sostanze catturate nei filtri devono essere immagazzinate in impianti di rifiuti pericolosi o degradate. In quest’ultimo caso attraverso un processo termico ad alte temperature, i PFAS a catena lunga sono rotti in molecole più piccole, sottoprodotti che possono però continuare a essere tossici.
Emergenza PFAS
Se la nuova tecnologia della Rice University rispettasse gli auspici dei ricercatori e fosse utilizzata su scala industriale potrebbe rappresentare una svolta poiché la contaminazione da PFAS continua a essere un ingente problema. Secondo il Forever Pollution Project, composto da un gruppo internazionale di giornalisti investigativi, in tutta Europa ci sono quasi 23mila siti contaminati da PFAS.
In questo scenario l’Italia rappresenta uno dei Paesi dove questo tipo di inquinamento è una vera e propria emergenza, soprattutto nel nord-est dove è stata registrata la più alta concentrazione di forever chemicals” In Veneto, regione colpita dal disastro ambientale causato dall’ex fabbrica Miteni, una coalizione di associazioni, la Rete Zero PFAS Veneto, sta promuovendo una mozione per chiedere al Parlamento di vietare la produzione, la commercializzazione e l’uso di queste sostanze. L’iniziativa, che a oggi ha raccolto l’adesione di 129 amministrazioni comunali venete, sembra contrapporsi alle posizioni adottate a Bruxelles. La Rete ha infatti denunciato come la Commissione europea intimi il Parlamento a non porre limiti alla produzione e all’utilizzo dei PFAS al fine di preservare la competitività globale dell’Europa in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori.

Tra nuove regole e continue proroghe
Nel frattempo, il 12 gennaio 2026, è entrato in vigore in tutta l’UE il monitoraggio obbligatorio degli inquinanti eterni nelle reti idriche per garantire il rispetto dei nuovi limiti contenuti nella direttiva Drinking Water. Con la Legge di Bilancio il governo italiano ha però introdotto una proroga di sei mesi per l’applicazione di una misura restrittiva il limite di 20 ng/l per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) e ha cancellato il monitoraggio di sei molecole ADV (oltre le 24 già presenti), una categoria di PFAS prodotti dall’azienda chimica ex Solvay di Spinetta Marengo.
Rispetto alla scelta italiana, le Mamme No PFAS, un gruppo di donne venete nato nel 2017 in seguito alle prime risposte del biomonitoraggio condotto per valutare l’esposizione umana all’inquinamento della Miteni, avanzano pesanti critiche. Il gruppo accusa il fatto che, sebbene si possa riconoscere un avanzamento normativo, il percorso continui a essere lento e insufficiente. Seppur le conoscenze scientifiche e gli strumenti analitici siano disponibili da anni, le proroghe introdotte favoriscono esclusivamente le aziende produttrici a discapito della popolazione che continua a pagare il prezzo più alto in termini di salute. Ancora una volta, dunque, si è deciso di preservare gli interessi economici sulla pelle delle persone.
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